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Dc e Pci contro l’utopia di Olivetti
Dc e Pci contro l’utopia di Olivetti - 18.12.2015

Venti domande su due paginette dattiloscritte: dal tipo di casa (grotta, ex cantina, ex stalla...) alla latrina (sì/no, con accesso dall’interno o dall’esterno). In calce, la firma del capofamiglia. È la «scheda di rilevazione delle abitazioni dei Sassi di Matera», per la prima volta pubblicata nel volume Matera e Adriano Olivetti (Fondazione Adriano Olivetti, 274 pp.), curato dai ricercatori Federico Bilò ed Ettore Vadini. Un documento prezioso: da quella scheda, distribuita nel 1950 a 3500 famiglie, originò uno degli esperimenti di urbanistica (nel senso pieno di disciplina umanistica) più interessanti e visionari del dopoguerra, grazie a un irripetibile connubio tra professionisti locali, intellettuali italiani e stranieri e Adriano Olivetti. 


 


Mentre a Ivrea lanciava sul mercato la Lettera 22, Olivetti era anche commissario dell’Unrra-Casas, divisione dell’Onu dedita alla ricostruzione post bellica, e presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica. Fu Carlo Levi, che della «dolente bellezza» dei Sassi aveva lasciato testimonianza in «Cristo si è fermato a Eboli», a suggerirgli di andare a Matera, dove trovò tasso di mortalità infantile oltre il 40 per cento, analfabetismo di massa, condizioni igienico-sanitarie indecenti. Nei Sassi vivevano contadini senza terra: per raggiungere quella che coltivavano per conto terzi, dovevano camminare cinque ore al giorno.  


Una mattina del 1949 il giovane antropologo materano Albino Sacco venne convocato al bar Adua, dove trovò «un signore con i capelli bianchi, tutto in blu, con camicia bianca e cravatta bianca». «Lei è Albino Sacco?». «Sì... e lei è Olivetti». «Di cosa si occupa?». «Faccio studi sui Sassi per risolvere la situazione della gente che ci vive». «Sono molto interessato». Arrivarono soldi e collaboratori: l’obiettivo di Olivetti era fare di Matera un laboratorio comunitario in quanto «capitale simbolica» del mondo contadino, «costruendo luoghi per restituire dignità e cittadinanza alle persone».  Attorno a lui si radunò una comunità scientifica poliedrica: progettisti, assistenti sociali, ingegneri, scrittori, filosofi, psicologi, medici, economisti, insegnanti, agronomi. La meglio gioventù materana. Studiosi americani. Bruno Zevi e Paolo Sylos Labini. Manlio Rossi Doria mandava i suoi allievi. Henri Cartier-Bresson girava e fotografava la Basilicata. Utopia e pragmatismo: gli studi sfociarono nel progetto di trasferire 9 mila abitanti dei Sassi in sei nuovi villaggi in un raggio di dieci chilometri da Matera, con le case vicine alle terre assegnate con la riforma agraria. Gli altri 9 mila sarebbero rimasti nelle vecchie case risanate, «per preservare il tessuto urbanistico e sociale». Nel 1953 le prime cinquanta famiglie entrarono nel nuovo borgo La Martella, finanziato dal piano Marshall. A dispetto dei limiti, fu un esempio (oggi, un miraggio) di architettura partecipata. Quando si poneva un dilemma progettuale - dal mulo in casa alla posizione della stalla - i contadini venivano consultati con referendum.  


Dal libro emerge l’ostracismo del potere politico, a cominciare dal rifiuto di pubblicare sei dei nove volumi che raccoglievano gli studi sui Sassi, con un’introduzione scritta da Paolo Volponi. «I democristiani - racconta il sociologo Friedrich Franz Friedmann in una conversazione con Laura Olivetti - crearono tutte le difficoltà che potevano». Avrebbero preferito (in accordo con gli americani) case isolate perché temevano che i borghi a misura di contadino diventassero «cellule comuniste». E si oppose persino ai piccoli orti adiacenti alle abitazioni: soluzione troppo socialista. Nulla di più miope: gli olivettiani erano gobettiani e rosselliani, tanto che il Pci non smise mai di avversarli. «Non eravamo comunisti - scherza Sacco - ma peggio: comunitari». Non piacque nemmeno il piano regolatore redatto dall’urbanista Ludovico Quaroni e finanziato da Olivetti. Per poter dare l’ok del ministero dei Lavori pubblici, imposero l’affiancamento del più «organico» Luigi Piccinato.  Modificando il progetto originario, il ministro Emilio Colombo, ras lucano della Dc, impose di svuotare completamente i Sassi. «In questo modo - ricorda Sacco - si aveva accesso a un enorme bacino elettorale: case nuove gratis per tutti!». Ma poi non tutti ricevettero la terra. E a lungo il borgo rimase senza servizi: posta, asilo nido, strade. Fu necessario occupare la prefettura per attivarli. Per tre mesi, due agenzie governative litigarono sul forno da costruire (a legna o elettrico), costringendo le donne a camminare dieci chilometri al giorno per portare l’impasto del pane in città.   


Quando non poteva boicottare, il potere fagocitava. Il ministro dell’Istruzione Guido Gonella lo fece con le scuole dei contadini create dal gruppo di Sacco, trasformandole per legge in «scuole popolari serali» ed emarginando i promotori, che l’autorità di pubblica sicurezza aveva anche arrestato per occupazione abusiva dei terreni su cui si facevano studiare i braccianti. Lo stesso borgo La Martella fu inaugurato da De Gasperi e sbandierato come un successo del governo a ridosso delle elezioni, con migliaia di contadini pagati 1000 lire ciascuno per comparire nei cinegiornali.  Il progetto di rigenerazione contadina di Matera rimase incompiuto. Albino Sacco, che rifiutava di informare in anticipo i notabili locali su quali suoli sarebbero diventati edificabili con il piano regolatore, pagò la sua intransigenza: in un giorno fu promosso e trasferito a centinaia di chilometri. Ma gli olivettiani di Matera, rimasti orfani di Adriano, non si sono persi. Ricorda Sacco: «Noi abbiamo combattuto contro chi è venuto dopo». Contro la Dc, contro il Pci, contro il malaffare. «Olivetti aveva ragione su tutto. Con quelle idee si poteva e si doveva fare un paese civile. Noi avevamo una scuola, si respirava un’aria di cultura tra noi. Questo clima si è mantenuto ovunque siamo andati: anche negli enti dove ci siamo sparsi, i nostri non hanno mai disatteso questa missione».

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